R. Grassi

Ricordo di Pino Scarazzini

Ciao Pino

La telefonata è arrivata meno di un’ora fa. Giuseppe, Pino, Scarazzini è morto. E’ stato soprintendente archivistico per la Lombardia, amico e maestro.
Verrà il tempo per ricordarlo come merita; ora un pensiero silenzioso e un saluto.

Roberto Grassi
1 febbraio 2009
http://archiviestorie.wordpress.com/2009/02/01/ciao-pino/


Pino

Ieri è stato il momento dell’ultimo saluto a Pino. Dalla casa di riposo, dove era da tempo ricoverato, alla chiesa di San Bernardino di Salò.
Magrissimo per la sofferenza degli ultimi mesi, composto, sereno, le mani incrociate sul petto.

Mentre lo osservavo per l’utima volta ho pensato a come avrei potuto raccontarlo a chi non lo ha conosciuto. Mi sono venuti in mente alcuni aggettivi: combattente, spigoloso, gentile un pò all’antica a volte cerimonioso, ma a tratti irriverente, beffardo, sempre tenace, grintoso, entusiasta e ancora affettuso, generoso. Pragmatico. Ecco soprattutto pragmatico. Se dovessi ricordare la sua opera di archivista ne sottolineerei il carattere di concretezza, di praticità, di efficacia. “Il meglio è nemico del bene” era il motto più ricorrente nei suoi discorsi.

Giuseppe, Pino, Scarazzini oggi avrebbe compiuto settantacinque anni. E’ stato il mio maestro di archivistica e questo non so se per lui valga come titolo di merito.

Comunque, come mio maestro, mi piacerebbe ricordarlo. Insieme a coloro che ne hanno condiviso il cammino. In questi casi si usa spesso ricomporre la biografia, raccogliere gli scritti, chiosarli, dare il tutto alle stampe. Credo si possa fare. Ma a me piacerebbe soprattutto raccogliere ricordi di umanità, episodi e pensieri.

Roberto Grassi
4 febbraio 2009
http://archiviestorie.wordpress.com/tag/giuseppe-scarazzini/


Pino Scarazzini. Un archivista militante

Credo che, per ricordare in modo adeguato il contributo di Giuseppe, Pino, Scarazzini, alla conservazione e alla conoscenza del patrimonio archivistico lombardo, non basti andare a riprendere la sua, per altro non vasta, produzione a stampa. Era uomo tutto sommato avaro di parole scritte. Quando si trattava di consegnare alle stampe i suoi pensieri, soprattutto quelli di natura più teorica, è come se fosse trattenuto da una sorta di pudore.

I non molti articoli e saggi brevi che portano la sua firma, per altro, sono un omaggio alla essenzialità, alla concisione. Chi, come il sottoscritto, ha assistito alla elaborazione dei suoi testi ricorda bene la cura e la pazienza che Pino dedicava ad asciugarli di tutte le ridondanze, a scegliere la parola giusta che gli consentiva di abbreviare. Le sue prose sono quanto di più lontano dai compiacimenti e dalle prolissità. “Le doti più apprezzate di un archivista sono la concisione e la precisione” soleva ripetere con una certa impazienza di fronte ai nostri scritti talora ingiustificatamente pletorici. “Se un concetto lo puoi esprimere con un solo termine o con un giro di parole, meglio preferire un solo termine”. Sobrietà, essenzialità: una scelta di stile. Stile di lavoro e di vita, non solo di scrittura.

Per cercare di cogliere il suo effettivo contributo mi sembra necessario ricordarne soprattutto l’azione pratica. Le opere sul campo. A partire dalla sua, per alcuni versi originale, interpretazione del ruolo di soprintendente archivistico. Ruolo che Pino ha sempre recitato con forte pragmatismo e con un senso, come dire, di vera e propria “militanza”. Lo ricordo seduto alla sua scrivania, magari davanti a un caffè e con l’immancabile sigaretta, alle prese con i mille problemi quotidiani dell’ufficio con la determinazione e la grinta di chi sta in trincea. Scrivere raccomandazioni ai sindaci e segretari comunali, redigere verbali di ispezioni, discutere di inventari con gli operatori, perorare la causa di un deposito per un archivio a rischio. E l’elenco potrebbe continuare.

Immagino che un compiuta ricostruzione del suo operato come dirigente della Soprintendenza archivistica per la Lombardia, sia possibile solo accedendo agli atti di quell’ufficio.

Roberto Grassi
17 febbraio 2009
http://archiviestorie.wordpress.com/2009/02/17/pino-scarazzini-un-archivista-militante/


In ricordo di Pino Scarazzini. Gli uffici e le persone

Quella riprodotta qui sotto è la copertina di un volumetto dal titolo Notizie sugli archivi dei comuni e dei cessati ECA della Lombardia. I Provincia di Mantova. Gli archivisti più anziani se lo ricorderanno, credo. Il volumetto pubblica, con una veste grafica e tipografica assai spartana, gli esiti di un censimento dei fondi prodotti dalle amministrazioni locali della regione. Il progetto fu avviato nel 1982.

Bisogna tener conto della data, perché ha una certa importanza. Il frontespizio recita che l’ideazione e il coordinamento furono curati da Lilli Dalle Nogare, allora dirigente del Servizio biblioteche regionale, e da Giuseppe Scarazzini che all’epoca era Soprintendente. A onor del vero va attribuita pienamente a lui la responsabilità scientifica avendo egli ideato le modalità di rilevazione, di elaborazione e di pubblicazione delle informazioni e ed avendo provveduto, per tutta la durata dell’intervento, ad una revisione puntigliosa degli elaborati. A quella prima pubblicazione, dedicata alla provincia di Mantova, fecero seguito negli anni successivi quelle di Sondrio, Como, Varese, Bergamo e Brescia. Non furono invece portati a termine, per ragioni che non è qui il caso di ricordare, i quaderni di Milano, di Pavia e di Cremona (ai tempi Lodi e Lecco non erano ancora assurti al rango di province).

Non è retorico sottolineare il valore, anche simbolico, delle due istituzioni coinvolte: un ufficio periferico del ministero e un servizio dell’assessorato alla cultura della regione. Vi erano state altre occasioni di intesa tra i due enti, ma era quello il primo progetto su vasta scala in cui il loro operato si saldava in un unico intervento. A differenza di altri settori dei beni culturali dove l’agire di concerto, tra Stato e Regione, risultava, e tuttora risulta, difficoltoso e talora addirittura impossibile, in ambito archivistico la condivisione di obbiettivi, di programmi e di interventi si è realizzata. E, col tempo, ha portato buoni frutti.

La collaborazione tra uffici che hanno competenze “confinanti”, in generale è indice di buon senso, ma diventa esiziale quando scarseggiano i denari o quelle che oggi si chiamano le risorse professionali. Ma gli uffici sono fatti di persone. Se non funziona il rapporto tra le persone zoppica anche quello tra gli uffici. E perché il rapporto funzioni occorre adottare modalità e stili di lavoro adeguati. In questo l’insegnamento di Pino, il suo pragmatismo, il suo andare al nocciolo dei problemi, mi sembrano esemplari.

Il quaderno risale, ripeto, al 1982. La Amministrazione archivistica fino ad una manciata di anni prima era ancora inquadrata nel Ministero degli Interni, e questa appartenenza aveva conferito un preciso imprinting a dirigenti e funzionari. Il tratto distintivo era lo stile, per così dire, prefettizio, dove il valore della gerarchia si faceva sentire. Chi stava ai vertici decideva non solo, come è ovvio, sulle questioni di natura organizzativa, o gestionale, o finanziaria ecc ma anche su quelle di natura tecnica o scientifica.

Con Pino era diverso. Quando si lavorava in équipe e si affrontavano i problemi di merito tecnico, ciò che contava era il valore dell’argomentazione, la efficacia e la correttezza della proposta, non il ruolo o il grado di chi la metteva sul tavolo. Poiché la scientificità, ma prima ancora direi l’intelligenza, non stanno per decreto in questo o in quell’ufficio. Ecco, lavorando con lui, avevo la sensazione che le mie idee, i miei suggerimenti, le mie proposte venissero considerati per quello che erano, buone o cattive che fossero. Venivano considerate per il proprio contenuto, indipendentemente dal fatto che provenissero da un “giovane” e soprattutto da un “esterno” alla amministrazione.

Cooperare sempre, considerare il merito e non il ruolo, puntare alla praticità e alla efficacia. Ecco penso che una eredità importante che Pino ci ha consegnato siano stati questi principi. E su questi si è costruita, con i colleghi della mia generazione, una comune cultura del lavoro.

Roberto Grassi
5 marzo 2009
http://archiviestorie.wordpress.com/2009/03/05/in-ricordo-di-pino-scarazzini-gli-uffici-e-le-persone/


Ricordo di Pino. Il database prima dell’informatica

Riprendo il filo dei ricordi che mi legano a Pino Scarazzini. Non solo perché è stato il mio maestro, ma anche perché ripercorrendo il suo lavoro rintraccio la storia, recente, della nostra professione. Almeno qui in Lombardia, voglio dire.

Qui sopra è riprodotta parte della pagina di una piccola pubblicazioni, Notizie sugli archivi dei Comuni e dei cessati ECA della Lombardia, di cui ho già parlato qualche post addietro. Qui: archiviestorie.wordpress.com/2009/03/05/in-ricordo-di-…i-e-le-persone/

L’aspetto per così dire tipografico è piuttosto primitivo poiché il lavoro era stato realizzato con risorse e strumenti davvero molto poveri.

Cosa vi ricorda questa pagina? Cioè non il contenuto, intendo, bensì la forma. Oggi forse si direbbe il layout. A cosa lo associate? A me ricorda una scheda di database.

In alto il titolo, o denominazione, dell’oggetto, sulla sinistra le etichette, nella fascia centrale, in corrispondenza delle etichette, la descrizione dei contenuti. Ripeto: a me ricorda, di primo acchito, la faccia di un database. Solo accennato, rudimentale, embrionale. Però la filosofia c’è, mi pare.

Queste schede sono state studiate da Giuseppe Scarazzini quando era soprintendente. Io, ragazzo di bottega, le compilavo. Come ho già detto questa pubblicazione è del 1982. Né io né Scarazzini sapevamo cosa fosse un database. Mai sentito nominare. Io avevo forse sentito parlare del computer ma lo associavo a qualche remoto centro studi della NASA dove si sparavano i missili.

Non sapevamo cos’era ma stavamo mettendo a punto un modello di database. Correggo la persona del verbo: stava, lui Scarazzini, mettendo a punto un modello di database. Io assolvevo al ruolo, gratificante ma gregario, di raccoglitore di dati e compilatore di schede. Ovviamente il paragone al database è una forzatura simbolica. Però se noi oggi provassimo ad inserire quei dati in un dbms adeguatamente configurato la cosa ci riuscirebbe con una sorprendente facilità. Sarebbe insomma molto più agevole distribuire nei vari campi i dati di quella piccola e povera pubblicazione che non, ad esempio, le informazioni interamente testuali prodotte nell’ambito di altre analoghe opere coeve. Opere dove forse prevaleva la preoccupazione per “la pagina bella”.

Guardate ad esempio la voce ordinamento. Si era elaborato una sorta di micro vocabolario che prevedeva una scelta limitata di opzioni: “non ordinato”, “parzialmente ordinato”, “ordinato per titoli”, “ordinato per categorie” ecc. Oppure la voce corredo (“inventario”, “inventario sommario”, “elenco di consistenza”, ecc.) per la quale era previsto di indicare dopo la specificazione della tipologia, la data di compilazione e, tra parentesi, gli estremi degli atti descritti. E poi ancora le modalità di rappresentazione delle consistenze: tipo delle unità di confezione, rigorosamente nella forma abbreviata, numero e, sempre tra parentesi, cronologia.

Pino aveva una cura tutta speciale, che a me allora pareva persino un po’ maniacale, per mettere a punto un sistema di termini, locuzioni e codici “controllati”. Lui sosteneva che questo sforzo andava fatto “per amore di omogeneità”, perché “così lo studioso si abitua a un linguaggio preciso e essenziale” e infine perché in “archivistica la virtù più apprezzata è la sintesi”. Naturalmente il suo non era un pensiero isolato: è superfluo ricordare che in quegli anni giungeva a maturazione la monumentale “Guida Generale agli archivi di Stato” che per noi era stata modello di riferimento. Anche se il nostro piccolo censimento si contentava di assai più modeste ambizioni.

Prima che decollasse la riflessione a livello internazionale sugli standard, Scarazzini era persuaso che fosse necessario dotare gli operatori di un sistema di regole per la descrizione e per la rappresentazione e che questo sistema di regole dovesse incardinarsi su linguaggi e codici convenzionali.

Questa sua convinzione ci spianò la strada quando, alcuni anni dopo, l’informatica, quella vera, fece il suo ingresso nel mondo degli archivi lombardi con il progetto Archidata. Ma questo fa parte di un altro capitolo.

Roberto Grassi
9 aprile 2009
http://archiviestorie.wordpress.com/2009/04/09/ricordo-di-pino-il-database-prima-dell%E2%80%99informatica/


“Questi non capiscono” e scuoteva la testa

Ho già ricordato, mi pare, in un post precedente, che stavamo lavorando con Pino Scarazzini e altri baldi giovanotti di nobili ideali, a un censimento degli archivi comunali e fondi collegati. Pardon si dice aggregati, archivi aggregati. Era un lavoro di rilevazione sistematica, a tappeto, su tutto il territorio che prevedeva, per ciascun archivio, una visita in loco approfondita e, in sede, una preparazione alquanto accurata.

Il comandante Pino, dirigeva le operazioni pianificando le visite e revisionando le schedature che mano a mano venivano effettuate. Ogni tanto partecipava direttamente alle operazioni, prendendo parte ai sopralluoghi. I quali sopralluoghi, in sua presenza, erano spesso movimentati da gustosi teatrini che vedevano l’uomo battibeccare con i locali responsabili degli archivi in caso di negligenza. Le schermaglie verbali si trasformavano poi, una volta rientrati in sede, nel testo di risentite missive dove si richiamavano i reprobi, sindaci, assessori, segretari comunali, dirigenti eccetera, ai loro doveri. E’ difficile immaginarlo col basco da Che Guevara ma, per Pino, il mestiere di soprintendete aveva qualcosa del guerrigliero: mai scontri frontali ma azioni continue, decise, puntute, persistenti.

Ogni scheda del censimento, prima di essere definitivamente licenziata subiva non meno di tre quattro revisioni e solo allora, forse, poteva passare nel mucchietto delle “approvate”. A testimonianza di quanto l’uomo fosse attento ai limiti della pignoleria.

Insomma il lavoro era davvero piuttosto impegnativo. Ricordo ancora la grande soddisfazione che riservammo alla pubblicazione del primo quaderno. Quello con la copertina verde, dedicato alla provincia di Mantova, che ho già riproposto qui:

Una copia di quel volumetto a stampa, tanto modesto nella veste quanto sudato nei contenuti, venne naturalmente inviata alla rete degli istituti, archivi e soprintendenze, e ai diversi uffici della Direzione Generale che però allora si chiamava, se non ricordo male, Ufficio Centrale per i Beni Archivistici. Le copie destinate ai piani alti furono accompagnate da compiaciute letterine dove si illustrava il valore del risultato e se ne chiedeva una valutazione, un giudizio. Era motivo di una certa fierezza per Pino soprattutto in considerazione del fatto che la Soprintendenza allora poteva contare sulla bellezza funzionari nel numero di uno (1) e collaboratori esterni nel numero di due (2). Per “vigilare” su millecinquecentoquarantasei (1546) comuni, nove province, alcune centinaia tra ospedali, case di cura, case di riposo, eccetera.

Qualche tempo appresso ricevette, a riscontro della spedizione, una telefonata da uno degli uffici romani. Cortese, la telefonata. Io non ebbi il piacere di assistere ma fu lui a sintetizzarmi il passaggio principale. In cui si affermava sostanzialmente: che certo quel nostro censimento era una lodevole iniziativa epperò più proficuo sarebbe stato dedicarsi agli inventari. E anche più scientifico.

Già, più scientifico. Con funzionari uno e collaboratori due.

Pino, leggendo, scuoteva la lesta, bofonchiava “inventario”, sogghignava e ripeteva “questi non capiscono”.

Roberto Grassi
10 maggio 2009
http://archiviestorie.wordpress.com/2009/05/10/%E2%80%9Cquesti-non-capiscono%E2%80%9D-e-scuoteva-la-testa/


L’ultimo regalo di Pino

E’ un pò di tempo che non parlo di Pino da questo luogo. Il fatto è che ho aspettato che venissero a maturazione alcune condizioni. E ora mi sembra giunto il momento.

Nel novembre del 1999, a seguito di una serie di chiacchiere, che a me per la verità risultarono un pò fumose, Pino mi scrisse una lettera in cui mi informava di avere destinato, “post mortem”, alla valorizzazione degli antichi archivi di Salò e della Magnifica Patria della Riviera del Garda una parte dei suoi risparmi. Aveva pertanto deciso di intestarli a mio nome; quando sarebbe giunto il momento dell’ultimo commiato avrei dovuto, in esecuzione delle sue volontà, provvedere al mandato. Non ero ancora informato della malattia e quella decisione mi parve, allora, una stravaganza.

Venne poi il tempo in cui il morbo faceva progressi e cominciava a tracciare nella sua vita segni sempre più profondi; prima la gamba trascinata a fatica, poi l’aiuto del bastone, infine la carrozzella. Le necessità derivanti dal lento decorso hanno assorbito buona parte dei risparmi. E’ però rimasta una somma, diciamo non trascurabile, che ora devo utilizzare secondo le sue volontà.

Quello che intendo fare è dare conto pubblicamente, attraverso questo luogo finchè ci sarà, dei progetti, delle decisioni di spesa e degli interventi che verranno effettuati.

Roberto Grassi
27 giugno 2009
http://archiviestorie.wordpress.com/2009/06/27/lultimo-regalo-di-pino/

(10-09-2011)