L. Mattioli U.

Ricordo di Pino Scarazzini

Lo sentivi perché si presentava sempre, prima di scorgerlo, in una nuvola.
O di cigarillos Caffè creme o di dopobarba francese.
Non aveva mezze misure e mal sopportava quelli che pretendevano di averne, cosa che è abbastanza frequente in chi deve fare i conti con la sopravvivenza quotidiana, coi figli, la famiglia, il mondo circostante.
Non aveva figli ma una moglie che lo seguiva in modo alternativo a causa della sua assoluta indipendenza da tutto e da tutti, cosa non facile da reggere, a momenti, e si può ben capire soprattutto dopo averlo conosciuto.
Era sempre il primo a presentarsi alla porta d’ingresso degli Uffici Comunali dove è ubicato l’archivio storico e, che fosse inverno buio e rigido o estate afosa, suonava il campanello per farsi aprire dal custode, alle 7,30 in punto, ogni mattino dell’anno, un po’ prima dell’apertura ufficiale.
Collegato al profumo di quei sigari che all’aperto erano una sorta di nuvola esotica ma in ambiente chiuso creavano un’atmosfera assolutamente irrespirabile per chi non sa cosa voglia dire essere un tabagista assoluto e convinto, c’era sempre lui.
Lo sapevo oramai quando nel bel mezzo di una passeggiata sul lungolago, all’altezza del duomo, percepivo il suo passaggio odoroso e capivo che sicuramente il dr Scarazzini, che io mi intestardivo a chiamare così, mentre lui voleva essere assolutamente chiamato Pino, era passato di lì e probabilmente se ne stava seduto di fronte a qualche manoscritto da decifrare, nell’Archivio storico parrocchiale.
Il nostro duomo è vicinissimo all’Archivio storico comunale e lui non percorreva più lunghi tratti a piedi a causa della sua malattia invalidante che lo costringeva a percorsi brevi e sempre appoggiandosi ad un bastone a Tau per i giorni comuni dell’anno, e a bastoni da passeggio più raffinati, che comparivano con lui sulla scena accompagnati da giacche di buona fattura e di buon gusto e cravatte intonate, a seconda delle situazioni in cui si trovava.
Era in realtà un po’ dandy quando gli sembrava il caso, ma riusciva di contro, ad essere altrettanto improponibile nel suo modo di disprezzare chi aveva di fronte, (se la persona con cui era costretto a dialogare non era di suo gusto) da presentarsi sbrindellato, malconcio, macchiato e sudato come a significare che non valeva la pena, di fronte a tanta nullità, di mettersi in ordine in compagnia di certo suo odiato prossimo.
Ed esercitava questo suo concetto in modo assolutamente inequivocabile, chiaro, perfino imbarazzante per chi gli girava intorno collaborando, per tanta brutale sincerità.
Ma faceva sul serio che è quello che poi conta nella vita, nel bene o nel male, se vogliamo essere persone vere e se vogliamo che il nostro modo di essere sia recepito come qualcosa che ci appartiene, che ci descrive, che ci illustra ai posteri dentro uno spicchio di verità: cosa assolutamente rara in un mondo governato prevalentemente dall’ipocrisia e dalla fatuità di ciò che viene definito, spesso a torto, oggi più che mai, il BELLO.
Che coincide oramai e sempre di più con ciò che appare e che più spesso che mai, oggi sempre più vuoto di contenuto.
Questo suo esporsi per così dire, in modo assolutamente unico, non veniva quasi mai recepito nel modo in cui lui avrebbe voluto, anzi, in un ambiente prevalentemente provinciale come sono un po’ tutti i paesi, ricadeva inequivocabilmente su di lui come a dire che era un personaggio ben strano e stravagante, quasi dannunziano ma il vate, vicino a lui, poteva a volte, per originalità, sembrare perfino banale.
Tanto il nostro Pino brillava per semplicità a giorni e per bizzarria assoluta, in altri.
Certamente noi salodiani non possiamo dire di essere incappati in una persona comune, avendolo avuto tra noi, questo è certo.
Amava davvero l’arte.
Per lui il bello era qualcosa da coltivare, da illustrare, da condividere ed era il nostro motore trainante nell’organizzare spostamenti che anche lui potesse reggere, considerando il suo cagionevole stato di salute.
Ci teneva moltissimo e sopportava pazientemente i suoi malanni pur di andare da una città all’altra, dall’alba al tramonto, da un museo all’altro per ammirare e studiare architetture, pittura e arte tutta nostra, italiana.
Come a volerci ricordare che tutto ciò era la nostra identità, come a volercela cacciare bene in testa.
E per stare insieme, perché di certo ragionava sempre sul gruppo: per vocazione non era un solitario, anzi.
Ci si trovava comunque quasi sempre tutti insieme, la sua famiglia e noi dell’archivio, ad ascoltare musica, nelle calde sere d’estate dentro le tante chiesette ricche di storia che circondano il nostro Lago.
Arrivava con un cuscino sottobraccio, si sedeva assolutamente nei primi posti e lì sembrava più tranquillo, quasi felice salvo quando, prima dello spettacolo, i musicisti ritardavano un po’ ed allora protestava ad alta voce con una grande grinta.
Cercava la perfezione anche nella musica oltre che nelle persone e nel suo lavoro, e poche volte usciva totalmente soddisfatto, dopo un concerto che comunque, si vedeva, lo tranquillizzava un po’.
Cercava l’assoluto.
Il lavoro era per lui una cosa assolutamente seria e sapeva di essere qualificato come pochi nella sua attività che portava avanti con una meticolosità, precisione, amore per la conoscenza e per la lettura dei testi antichi, come pochi ho visto fare nella mia vita.
E anche per questo ho nostalgia della sua persona anche se a volte, e a periodi anche un po’ più che a volte, ho faticato a reggerlo, primariamente per quelle nuvole di fumo che non lo hanno mai abbandonato e che per me erano un problema di respirazione sempre più fastidioso.
La nostalgia viene dal non avere più un pilastro del genere vicino, qualcosa di assolutamente certo e unico a cui appoggiarsi, consigliarsi, esprimersi.
Anche se da tempo era relegato per quella sua terribile malattia tra il letto e una sedia a rotelle che per lui diventavano sempre più opprimenti e odiati; ma sopportava come sempre avevo visto fare, anche nei tempi in cui stava meglio, in modo assolutamente paziente e rassegnato ma mai vinto.
Mi manca la sua battuta pronta, sagace spesso pungente di fronte ai fatti della vita, mi mancano i suoi momenti di commozione, le sue dritte quando il tempo passava e non si riusciva a concludere bene qualcosa.
Mi manca la sua frase preferita nei miei confronti: “Primum vivere, deinde philosophari”, anche se non riusciva a convincermi perché se non si è fatti così, come era fatto lui, non puoi buttarti nelle cose della vita a tuffo, se non sei sicura di saper nuotare bene.
Cosa che lui sapeva fare ottimamente con molta grinta e determinazione.
Persone come lui sono sempre preziose e ne sentiamo la mancanza, se abbiamo avuto la fortuna di averle in qualche modo vicine anche se nella convivenza che rende spesso banali anche i migliori, a volte non reggi queste personalità così forti e impetuose che pare a tratti vogliano travolgere tutto e tutti.
In realtà ci ha preso e ce lo ricorderemo sempre io credo, come uno dei nostri maestri più severi ma più validi.

Ciao Pino, scusa se non ti ho mai chiamato così, ma mi sembrava di mancarti di rispetto e anche volendo non ci sarei mai riuscita, io sono un po’ all’antica.
Ce l’ho fatta solo sottovoce quando sono venuta a salutarti il primo febbraio scorso, dopo la brutta notizia ma sono tornata a casa tranquilla perché finalmente ti ho visto totalmente sereno e in pace; cosa che ti ho augurato tante volte in questi anni, dentro di me, nei momenti in cui era più chiara la tua sofferenza, ma mai prima sono riuscita a cogliere quella espressione di abbandono e di dolcezza che resterà nella mia memoria dopo averti dato il mio ultimo saluto.

Luciana Mattioli Ugolini

http://www.archiviando.org/forum/viewtopic.php?f=33&t=21&p=268&hilit=scarazzini#p726

(10-09-2011)