Salò, chiesa della Beata Vergine Maria del Carmine

 

Nel 1526 i frati Carmelitani della Congregazione dell’Osservanza di Mantova si insediarono a Salò, fuori dal borgo, proprio all’inizio della via Cure del lino. La data di fondazione è riportata sull’epigrafe tombale di Simone Roveglio, della ricca famiglia di origine milanese stanziata a Salò, che nel suo testamento del 24 marzo 1526 fece loro donazione “di una pezza di terra di un piò e mezzo” in cambio di una messa perpetua e del sostentamento di un figlio naturale.

Il complesso di chiesa e convento fu caratterizzato da un’architettura composita sviluppatasi nell’arco di tre secoli. Negli Atti della visita apostolica del cardinale Borromeo del 1580 la chiesa è definita abbastanza ampia e ornata, con una bella pala di Lattanzio Gambara, ancora priva di cornice, sull’altare maggiore e dotata di sacrestia, però “incongrua” e troppo lontana dalla chiesa. Nel 1586 si incominciò a costruire il campanile; nel 1590 fu la volta delle sedie per il coro e del completamento del volto della chiesa. L’organo fu realizzato nel 1595. Nel 1633 i frati acquistarono dai Rotingo un fondo e una casa che, spianati, divennero il piazzale davanti alla chiesa. Nel 1635 fu realizzata da Bernardino Gandino la decorazione della facciata. Fu inoltre spostata la strada verso San Bartolomeo per evitare che il passaggio dei carri danneggiasse le nuove pitture. Nel 1642 fu ultimato il dormitorio del convento e nel 1663 continuò la costruzione del campanile. Nel 1634 il convento ospitava 12 frati.

Lo spirito riformatore della Serenissima Repubblica sfiorò pesantemente anche il convento dei Carmelitani salodiani, abitato da meno di dodici frati e quindi non in regola con il decreto di Andrea Tron del 7 settembre 1768. Per individuare il valore del convento e terreno annesso fu fatta redigere una pianta del complesso e una perizia del suo valore. Il 21 maggio 1769 i reverendi padri del Carmine supplicarono il Comune di aiutarli; nel 1783 lo supplicarono nuovamente di inviare una “fede” a Venezia che desse testimonianza dell’utilità del convento del Carmine per l’amministrazione dei sacramenti, soprattutto agli infermi non in grado di recarsi in chiesa o ai moribondi. Nonostante le richieste del Comune, il convento fu soppresso e il 4 settembre 1786 messo all’asta. I fratelli Luigi, Giuseppe e Antonio Roveglio presentarono ricorso dichiarando che convento, chiesa e buona parte del brolo esistevano per la pietà dei loro progenitori che ne avevano il giuspatronato. Tutti i loro diritti furono riconosciuti e i Carmelitani rimasero a Salò. I frati dovettero andarsene a seguito del decreto di Compiegne del 25 aprile 1810 che decretò la soppressione di istituti, congregazioni e associazioni religiose.

Nel 1816 la proprietà passò a Giovanni Battista Polotti e incominciò il lungo declino della chiesa, spogliata di tutto ciò che era monetizzabile. Per prima fu asportata la pala del Gambara, che entrò a far parte della collezione Lechi. Il 10 dicembre 1863 l’avvocato Andrea Polotti vendette la proprietà all’orfanotrofio femminile con tutti i diritti, gli oneri e le pertinenze. La chiesa, utilizzata come ospedale dopo le battaglie di San Martino e Solferino, era ormai fatiscente. Assieme all’alta torre campanaria essa fu demolita nel 1878-79 per far spazio alla nuova strada per la Riviera e alle rotaie della linea tranviaria. Scomparve anche l’organo, le cui ultime notizie risalgono al 1866.

L’ex convento, adattato al nuovo ruolo di orfanatrofio, si sviluppava su due piani fuori terra, oltre ad uno spazio ricavato nel sottotetto. Le finestre archivoltate del piano terra e del piano superiore, inquadrate da una semplice cornice in botticino, si conformano all’elegante portale d’accesso, anch’esso in botticino, di foggia ottocentesca. All’interno è presente un imponente scalone con soffitto affrescato probabilmente risalente al periodo in cui l’edificio divenne sede dell’orfanotrofio femminile (1864). Il piano terra si articola in sale con pavimenti in cotto, volte ad ombrello e decorazioni pittoriche di gusto barocco molto ricercate. Si tratta di un complesso frutto dell’aggregazione di due corpi di fabbrica. Quello più recente è posizionato a nord. Al primo piano del corpo più antico, corrispondente all’antico refettorio, la struttura portante è impostata su pilastri isolati, posti a distanza regolare e collegati da archi in muratura.

L’Orfanotrofio fu bene amministrato fino al 1982, quando l’ente cessò la propria attività. Nel 1983 l’immobile fu ceduto al Comune di Salò con il vincolo di destinazione a servizi sociali. Il comune ne concesse l’uso agli uffici socio-sanitari dell’ASL e alla caserma della Guardia di Finanza.

La nuova chiesa di Santa Maria del Carmine

Sul lato a monte di viale Angelo Landi, fu costruita nel 1880, in ricordo di quella distrutta nel 1878-1879, una piccola ed elegante chiesetta, il cui interno fu affrescato nel 1938 dal pittore salodiano Ottorino Benedini (1874-1939).

Ha un’unica navata rettangolare, suddivisa da paraste in tre campate che proseguono lungo la volta a botte, definendo gli archi. Due gradini separano la navata dal presbiterio, dipinto a spicchi in colori sgargianti. Presenta una facciata dipinta a bande orizzontali e decorata da due croci incise nella muratura; il portale d’ingresso è sormontato da un oculo a vetrata policroma. Non è presente un vero e proprio campanile, ma a sinistra sul tetto si trova una semplice struttura con aperture rettangolari che ospitano due campane.

La scheda completa, a cura di Liliana Aimo, è  disponibile qui.

 

Bibliografia

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Archivio della Comunità di Riviera (ACR). Ordinamenti
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